The Interculturalist: uno spazio per nuove voci a Ravenna

Parola Aperta ha incontrato le giovani redattrici di The Interculturalist, una rivista nata e portata avanti da studenti universitari a Ravenna con un’esigenza precisa: creare uno spazio in cui poter parlare in prima persona di identità, appartenenza, migrazioni e di cosa significa vivere e studiare in una città sempre più interculturale come la nostra.

Attraverso articoli, illustrazioni e testimonianze personali, The Interculturalist affronta temi legati all’identità, alla cultura e alle questioni sociali contemporanee, cercando allo stesso tempo di mettere in discussione gli stereotipi che condizionano il modo in cui guardiamo gli altri e noi stessi.

L’idea della rivista nasce dalle conversazioni tra alcuni universitari di Ravenna sul rapporto tra studenti e istituzioni e, soprattutto, dalla necessità di avere uno spazio in cui poter esprimere più apertamente esperienze, bisogni e aspettative di questa generazione. The Interculturalist è stato pensato proprio per favorire questo confronto e permettere agli studenti e alle studentesse di raccontare storie e punti di vista che altrimenti rischierebbero di rimanere inascoltati.

Fin dall’inizio, la dimensione collettiva è stata centrale. Più che costruire una rivista attorno a un’unica visione, la redazione ha cercato di creare un progetto capace di trasformarsi attraverso le persone che vi partecipano. Ogni collaboratore porta con sé interessi, esperienze e sensibilità differenti: la pluralità, quindi, non è soltanto uno dei temi della rivista, ma fa parte del suo stesso metodo di lavoro.

Interculturalità è una parola che utilizziamo sempre più spesso, ma definirne davvero il significato è meno semplice di quanto sembri. Per The Interculturalist non significa soltanto mettere insieme persone di nazionalità o culture diverse, ma anche interrogarsi sul modo in cui entriamo in relazione gli uni con gli altri, su come vengono rappresentate le identità e su quanto gli stereotipi influenzino la percezione che abbiamo di noi stessi e degli altri.

Alex, redattrice e graphic designer del magazine, la descrive come un continuo esercizio di messa in discussione delle proprie convinzioni. La sua esperienza da studentessa a Ravenna le ha permesso di confrontarsi con dimensioni sulle quali, fino a quel momento, aveva riflettuto poco, soprattutto attraverso l’incontro con persone le cui vite sono state segnate da migrazioni, pregiudizi e modi diversi di vivere il senso di appartenenza.

Questa capacità di ascolto è uno degli elementi centrali della rivista. Studenti che frequentano la stessa università, le stesse aule e la stessa città possono infatti viverle in modi profondamente diversi. Creare uno spazio in cui queste differenze possano essere raccontate significa trasformare le esperienze individuali nel punto di partenza per una riflessione più ampia.

Un’esigenza particolarmente significativa in una comunità universitaria sempre più internazionale. Secondo i dati dell’Università di Bologna, il 14% degli iscritti al Campus di Ravenna frequenta corsi di studio internazionali, mentre questi ultimi rappresentano il 32% dell’offerta formativa. Ma i numeri, da soli, raccontano poco di cosa significhi davvero arrivare in una nuova città, studiarvi, sentirsi parte di una comunità oppure, al contrario, sentirsi fuori posto. È proprio qui che una rivista può avere un ruolo: rendendo visibili le esperienze dietro le statistiche.

Julietta, redattrice del magazine, racconta come l’esperienza di The Interculturalist sia diventato un percorso di apprendimento per le stesse persone che ne fanno parte. Realizzare una rivista significa scegliere gli argomenti, discutere idee, scrivere e revisionare articoli, lavorare con le immagini e interrogarsi sul modo migliore di comunicare con chi legge. Ma significa anche qualcosa di meno tecnico e forse ancora più importante: ascoltarsi, confrontarsi con opinioni diverse e trovare un terreno comune tra modi differenti di guardare lo stesso tema. In questo senso, lo stesso lavoro redazionale diventa un’esperienza interculturale.

Una delle sfide è riuscire a raggiungere anche chi non è già interessato a questi argomenti. Per questo la rivista cerca di mantenere un linguaggio accessibile e una struttura aperta, sperimentando format e canali diversi per evitare che il confronto rimanga circoscritto a un pubblico già sensibile al tema. Proprio questa volontà di coinvolgere nuove persone rappresenta uno dei punti di forza di The Interculturalist.

Quando abbiamo chiesto ai membri della redazione quale fosse, secondo loro, una delle rappresentazioni del mondo che i media mainstream continuano a sbagliare, le risposte sono state molto diverse.

Per Alex, uno dei problemi è l’attenzione sproporzionata riservata all’odio e alla violenza. The Interculturalist, spiega, cerca invece di riportare l’attenzione anche su un’altra parte della realtà: «L’odio e la violenza sono l’eccezione, non la regola». La cooperazione, l’empatia e l’aiuto reciproco forse fanno meno notizia del conflitto, ma non per questo sono meno presenti nel mondo in cui viviamo.

Francesca, membro dell’Editorial Board, parte invece da un’altra prospettiva. Alla frase diventata sempre più comune «Non devo niente a nessuno» contrappone volutamente un’affermazione provocatoria: «Dobbiamo tutto a tutti». Non come un peso o un obbligo, precisa, ma come un invito a recuperare quei piccoli gesti di attenzione verso gli altri che spesso diamo per scontati: «una parola gentile, un sorriso, una conversazione piacevole».

Da queste risposte emerge anche una delle questioni più delicate che la rivista si trova ad affrontare: che cosa significa essere neutrali quando si parla di temi politici e sociali? Per la redazione, dare spazio alla pluralità non significa necessariamente rinunciare a qualsiasi posizione. Alcune scelte editoriali sono difficili proprio perché occorre rispettare punti di vista diversi restando, allo stesso tempo, coerenti con i valori su cui The Interculturalist è stato fondato.

La prossima sfida di The Interculturalist non è soltanto crescere, ma riuscire a durare nel tempo. L’obiettivo è coinvolgere nuovi collaboratori e ampliare ulteriormente il numero e la varietà delle voci presenti nella rivista, mantenendola come uno spazio vivo, capace di riflettere la diversità della comunità universitaria ravennate e di creare occasioni di dialogo tra persone con esperienze molto differenti.

Ma la continuità non è scontata. Le risorse economiche sono limitate e, inevitabilmente, la laurea e la vita dopo l’università cambiano anche la composizione del gruppo. Alcuni membri lasciano Ravenna, altri hanno sempre meno tempo per incontrarsi. Ciò che inizialmente nasceva quasi spontaneamente richiede oggi maggiore organizzazione.

Perché il progetto continui, conoscenze e responsabilità dovranno quindi essere trasmesse a chi arriverà dopo. I nuovi membri dovranno capire ciò che è stato costruito senza limitarsi a riprodurlo. Proprio questo passaggio – da un progetto strettamente legato ai suoi fondatori a una rivista che altri studenti possano ereditare, trasformare e farla propria – potrebbe essere decisivo per il futuro del progetto.

E forse, per una rivista costruita attorno all’interculturalità, non potrebbe esserci futuro più coerente: non conservare un’identità immutabile, ma permettere a ogni nuova generazione di voci di mettere in discussione e ridefinire ciò che The Interculturalist può diventare.