«A pesare sono il colore della pelle e i titoli non riconosciuti»

«A pesare sono il colore della pelle e i titoli non riconosciuti»

Donne, lavoro, religione musulmana. Per capire come si intrecciano le tre questioni abbiamo bussato alla porta di Marisa Iannucci, italiana convertita, nonché presidente dell’associazione Life, nata a Ravenna nel 2000 da un gruppo di donne musulmane di nazionalità diverse: «Le nostre associate sono in gran parte lavoratrici in vari ambiti. Portare il velo è un ostacolo solo nella percezione di alcuni. Esiste a volte discriminazione per l’accesso alle diverse opportunità lavorative. Una volta integrate sul lavoro, dipende dall’ambiente: talvolta ci sono pregiudizi e ostilità, ma occorre capacità di mediazione e dialogo. La generazione di donne velate cresciute in Italia frequenta l’università, accederà a vari tipi di professioni e la questione si risolverà». Ottimismo, insomma, per Iannucci: «La scelta di portare il velo non incide su capacità professionali e competenze. Occorre che la società accetti i vari modi di esprimersi. Sul futuro sono positiva, grazie soprattutto alle nuove generazioni». Visione simila quella della senegalese Fatou Boro Lo, musulmana, in Italia da oltre vent’anni, sposata con un italiano, mamma di quattro figli, laureata in lingue all’università di Algeri: «Da madrelingua francese ho iniziato a lavorare come mediatrice linguistico-culturale per l’allora cooperativa «Il Mappamondo» e, poi come impiegata alla Cna di Ravenna occupandomi di piccoli e medi imprenditori di origine straniera. Vivo la mia religione con naturalezza e non ho mai incontrato ostacoli, tranne un’iniziale diffidenza, superata da conoscenza e rispetto reciproco. Sia la religione islamica che quella cristiana sono religioni di pace e tolleranza e possono convivere, come avviene in Senegal. Io non porto il velo, ma sono praticante.Sono stata per alcuni anni Presidente di Asra, associazione dei senegalesi della provincia di Ravenna e ho fondato l’associazione Jappo, che promuove progetti di valorizzazione delle donne». Nel caso di Boro Lo, sul lavoro ha pesato di certo più il colore della pelle: «Ci sono ancora tanti pregiudizi verso chi appare esteriormente diverso. Lo stesso vale per i rom e i sinti, bersaglio di stereotipi e discriminazione. La scelta di indossare il velo è personale e va rispettata; significa valorizzare un’identità, l’appartenenza religiosa e contribuire ad arricchire una comunità multiculturale. I principali problemi per le donne di origine straniera nel mondo del lavoro sono dovuti alla lingua o a titoli di studio non riconosciuti. Ci sono donne con cultura universitaria costrette a svolgere attività non all’altezza della loro formazione. Serve uno sforzo nel tempo affinché gli autoctoni si dotino degli strumenti culturali per approcciare positivamente all’altro da sé, vedendolo non come minaccia, ma come accricchimento».